Biodivesity is a jungle, not a jumble!

"Biodiversità: verso una classificazione tipologica multivariata ed aperta"

di Longino Contoli


Premessa

Da quando la biodiversità (nel prosieguo = "B") è entrata nel patrimonio lessicale (ma non concettuale!) corrente, quasi ogni A che se ne occupa ne propone una sua distinta accezione e, dunque, definizione: da quelle, piuttosto tautologiche, di "Diversità biologica" o "Diversità della vita", a quelle, anche assai raffinate ed elaborate, degli AA più recenti, le quali sembrano pagare lo stesso scotto dei modelli matematici: più sono dettagliate, meno sono generalizzabili. Ci si trova, dunque, nella situazione paradossale (anche se per nulla nuova, nella storia del tribolato rapporto fra scienza e società...!) di un argomento che, man mano che diviene importante a livello generale per l' Uomo e la biosfera, va assumendo connotati sempre più soggettivi e sfumati, a volte, persino contraddittorî, proprio mentre si sente il bisogno di qualche approccio, se non proprio univoco, perlomeno ampiamente condiviso, nel settore.


Il concetto e la sua definizione

Il fatto è che la B, ancor oggi e, forse, già da tempi preantropici, sembra quasi attenere più al campo della sensazione che della percezione ed ancor meno della comprensione razionale; essa attiene, forse, a quel bagaglio di conoscenze intuitive (pre-razionali?) probabilmente conquistate durante le prime esperienze di vita e/o legate in parte ad un sostrato genetico, ma pur sempre riferibili al nostro contesto ambientale spazio-temporale, bagaglio al quale si potrebbero ricollegare, e. g., i postulati indimostrabili delle scienze esatte; così come siamo indotti a ritenere distinti spazio e moto di realtà comunque "appoggiate" su questa nostra Terra o come, in rapporto alla scala temporale dei nostri bioritmi, la reversibilità di un semplice atto (quale quello, tipicamente infantile, di lasciar cadere al suolo un solido ovvero un liquido od un insieme omogeneo od eterogeneo di oggetti) ci conduce, forse, al concetto di unicità piuttosto che di molteplicità, nonché di coerenza v.s incoerenza dello stato fisico, così l' esperienza della differenza fenomenica e relazionale associata alla molteplicità, nei confronti della complessità biologica, ci potrebbe condurre ad un "concetto intuitivo" di Diversità (nel prosieguo = D) e, in particolare, di B; "concetto" personale e, al limite, unico, al pari di quello di "ambiente", tanto da indurci nella tentazione di accostare i due, sensu latissimo, in un' ennesima definizione della B quale "ambiente relazionale di ogni vivente"... Quali esseri viventi e, dunque, cognitivi s. l., ciascuno di noi potrebbe avere, dunque, al limite, un proprio concetto di B differente per necessità da quelli degli altri suoi simili (più o meno...) e da ciò, assieme ad altri fattori più contingenti, potrebbe derivare la vaghezza e molteplicità delle accezioni e definizioni. Ciò si potrebbe collegare anche alla ben nota critica di HURLBERT (1971), mai del tutto superata, alla D come "non-concetto"; critica che, perlomeno, esige, allo stato, il riconoscere che non di un monoconcetto si tratta, bensì, al meglio, di un multiconcetto.


Il nome

Già la scelta della denominazione, così semplice da apparire persino semplicistica ed ambigua, sembra emergere la tendenza ad attribuire una sorta di etichetta quasi emozionale ad una sensazione scarsamente concettualizzata. Cionondimeno, dal tempo delle prime testimonianze dell' adozione del termine sembra emergere l' intenzione degli antichi AA di esprimere, con esso, un preciso riferimento ad una qualità dell' insieme; così, nell' espressione "diversitas plantarum" del CESI, come segnala il PIGNATTI: cioè la D delle singole unità elementari (tassonomiche od altro) dell' insieme costituito dalle piante. Ciò acquisirebbe una notevole potenzialità chiarificatrice, sottolineando una precisa distinzione fra la D (e, dunque, la B.) e qualsiasi tipo di differenza emergente da un confronto fra insiemi distinti; si noti, infatti (come fa notare lo stesso PIGNATTI): "diversitas plantarum", non "differentia"! Purtroppo, non mi sembra che tutti gli AA abbiano approfittato con rigore e senza ambiguità di una tale occasione di chiarezza, che lega la B all' unicità dell' insieme di riferimento; così, e. g., WHITTAKER, nella sua classificazione di pura scala territoriale (cioè senza implicazioni vincolanti di livello: "point-", "a-,"ß-",?-"..."-D"), ha considerato le D indicate con le lettere minuscole di ordine pari dell' alfabeto greco come D di confronto; ciononostante, anche queste ultime, in fondo, si potrebbero intendere come riferite ad un unico universo: quello della D indicata dalla lettera greca successiva (?-D per la ß-D, e-D per la d-D e così via). Altra importante caratteristica legata alla D e B come proprietà del singolo insieme mi sembra la sostanziale discontinuità dei suoi elementi, a loro volta riuniti in gruppi discontinui; e ciò anche se non di necessità tale discontinuità debba essere, per così dire, primaria, ma possa essere ottenuta con opportune elaborazioni, quali e. g. l' analisi multivariata; a tal proposito, mi pare da sottolineare, semmai, l' esigenza di non sottoporre direttamente delle variabili continue ad un' analisi di D.


Soggettività ed oggettività di approccio

La B, come legata alle molteplici manifestazioni della complessità biologica, sembra dunque esprimersi in un àmbito che va dagli aspetti puramente fenomenici, per così dire estrinseci, a quelli autonomamente relazionali e funzionali intrinseci dell' insieme considerato; i primi, più legati a contingenti rapporti con i nostri simili, entro i nostri àmbiti di percezione, i secondi, maggiormente connessi con fenomeni relazionali interni (almeno in prevalenza) all' insieme dato. Si tratta, com' è ovvio, di due estremi - limite teorici di un presumibile continuum reale i quali attengono, tuttavia, a due àmbiti ben individuabili e solo in parte sovrapposti, entro il contesto complessivo cui può riferirsi la B. La prima accezione ( B estrinseca) mi pare possa finire per essere soggettiva e descrittiva, sfuggendo tendenzialmente a precise sistematizzazioni concettuali. La seconda accezione (B intrinseca), invece, si presta secondo me ad una precisa sistematizzazione tipologica, ma esige rigidi criteri preliminari di individuazione e delimitazione, tenendo pur sempre presente che si può riferire solo a parti di un sistema più generale di relazioni biosferiche. Ne consegue, a mio avviso, l' importanza non formalistica di una classificazione formale della B che non può, comunque, che essere multivariata ed aperta.


Biodiversità "intrinseca" ed esigenze di classificazione

Per un approccio il più possibile obbiettivo alla B intrinseca, occorrerebbe dunque:
a) una chiara identificazione e delimitazione dell' insieme relazionale relativamente autonomo sul piano funzionale cui applicare l' analisi; esistono oggi vari metodi ad hoc, sui quali non è il caso di tornare in questa sede;
b) una precisa identificazione degli elementi e dei loro gruppi, sia primari che dopo trattamento numerico;
c) sia per l' insieme che per gli elementi, un' adeguata identificazione dei livelli dimensionali da considerare: territoriali, per il primo; organo-strutturali, per i secondi; per entrambi, vorrei ribadire l' esigenza di una delimitazione relazionale intrinseca o, meglio, funzionale;
d) del pari, un' opportuna identificazione dei gruppi discreti di elementi, su basi spesso, ma non rigidamente, tassonomiche s. l.; a volte, l' esigenza di coerenza statistico-funzionale può indurre a superare rigidi schemi di classificazione formalistica;
e) l' essenziale dell' approccio metodologico, peraltro del tutto fondamentale per accostarsi a qualunque forma di D, non dovrebbe essere tanto l' assillo di individuare "l' indice migliore" (che troppo spesso finisce col coincidere con quello più confacente alle aspettative dello studioso...), quanto la presa d' atto che gli infiniti indici di D corrispondono, al limite, ad altrettanti concetti (o subconcetti) della stessa, nessuno dei quali (sia pure e, more solito, cum grano salis) è lecito trascurare completamente. Per lo meno, si dovrebbe essere in grado di evidenziare alcune componenti fondamentali della D: la dominanza fra i gruppi, la relativa equiporzione (o evenness), la ricchezza dei gruppi, la loro numerosità ed anche, ove siano possibili stime della consistenza complessiva dell' insieme sotto studio, l' abbondanza degli elementi; non va, infatti, dimenticato che la D attiene alla molteplicità, tanto che valutarla per una monade non ha senso. Sic stantibus rebus, avendo già a disposizione un armamentario straricco di indici di D dalle prestazioni e caratteristiche più varie, la proposta di nuovi approcci metodologici in tal senso andrebbe a mio avviso assai prudentemente meditata.


Verso una classificazione multivariata della B intrinseca

Da quanto sopra, mi sembra appaiano evidenti le basi per una classificazione della B intrinseca: una serie di vettori che definiscano un approccio multivariato che rifugga il più possibile dalle eccessive banalizzazioni ("ad occhio" o "a pennarello" o "a slogan", come nel caso dell' ormai abusato "geni, specie, ecosistemi") che hanno sinora afflitto il settore e non ne hanno agevolato il decollo concettuale né la serietà ed attendibilità scientifica. In questa prospettiva, occorrerebbe però rassegnarsi ad accogliere con sempre maggiore prudenza, e. g., delimitazioni basate su confini (e, spesso, opportunismi ed interessi) amministrativi, piuttosto che ecologici; insiemi basati su singoli taxa che, tante volte, non costituiscono veri tassoceni; indicatori basati su taxa...troppo comodi da studiare, dimostratisi spesso e volentieri insufficienti a descrivere compiutamente la B di complesse situazioni ecosistemiche; ricordando, infine, ma in realtà in primis, il fondamentale ruolo dei tempi (biologici, ecologici, evolutivi) opportunamente richiamato da PIGNATTI. Tutto quanto precede dovrebbe essere accompagnato dalla consapevolezza che ciò a cui si dovrebbe tendere non sarebbe più l' indice perfetto calcolato sull' indicatore ideale ed in grado di esprimere un valore omnicomprensivo e quasi taumaturgico ai fini della comprensione e tutela della B, quanto un quadro articolato e complesso dal quale trarre indicazioni per affrontare in chiave fondamentale (ebbene, sì!) non meno che applicativa la B, i suoi problemi, le sue esigenze e le sue prospettive.


Conclusioni

Per me, un vero approccio olistico alla valutazione della B non è, probabilmente, concettualizzabile né definibile, in quanto strettamente individuale; in questa consapevolezza, si può, certo, continuare a privilegiare un approccio soggettivo, "estrinseco", dando così più spazio alla fantasia e creatività, che al rigore ed all' esattezza, nonché alle possibilità di confronto e verifica; ciò significa proseguire ed aggravare la presente anarchia concettuale nel settore, a discapito di una sua, pur possibile, attendibilità culturale ed a vantaggio, invece, dei più vari opportunismi extrascientifici; solo una serie di approcci settoriali parzialmente "riduzionistici", purché ben definiti, nel quadro concettuale di una B funzionale, relativamente intrinseca in chiave relazionale, ne potrebbero consentire valutazioni tendenzialmente meno soggettive; in una tale prospettiva, una classificazione tipologica della B, basata sulla molteplicità dei vettori di ordinamento e sull' apertura a sempre nuovi contributi teorici ed osservazionali, diviene secondo me assolutamente necessaria per consentire un dialogo scientifico serio su di essa e sulla sua valutazione.


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