"IL FANTASMA DELLA BIODIVERSITA’"

Sintesi della relazione presentata al Convegno UZI 2001, Sanremo,

sul tema “Biodiversità e aree protette”

di Longino Contoli

 



Il fantasma della biodiversità: tra il nulla di tutto e il tutto di nulla

“Uno spettro si aggira per il pianeta: lo spettro della biodiversità…” verrebbe da dire

 parafrasando un celebre incipit, se l’ambizione di questo intervento fosse quella, alta, di una proposta di manifesto...

A livello di realtà locali e nazionali, ma anche più nettamente a scala di biosfera, sono sotto gli occhi di tutti i processi incalzanti di antropizzazione energivora che si realizzano con effetti devastanti sulla diversità delle forme di vita, degli habitat e dei paesaggi. Ma è in atto un processo di segno opposto, certamente meno vistoso ed eclatante, e tuttavia rilevante: la tendenza a un’espansione delle aree soggette a vincoli di protezione degli elementi di pregio naturalistico. E’ evidente l’esigenza di mettere a punto strumenti conoscitivi, criteri di valutazione e linee strategiche per azioni e interventi che, potenziando sinergicamente la protezione delle aree di valore conservazionistico e la tutela della biodiversità, contrastino efficacemente gli effetti distruttivi dell’antropizzazione.

Rispetto a questa esigenza, emergono l’inadeguatezza e fumosità dei metodi di studio e delle applicazioni del pur ampio patrimonio di conoscenze di base disponibili.

Esiste un’ampia documentazione bibliografica (Aste e Contoli 1987, Contoli 1988 e 1998, Contoli e De Marchi 1991, AA.VV. 2000) relativa a ricerche sulla biodiversità a livello di popolazioni, di ecosistemi e di sistemi ambientali strutturalmente e funzionalmente più complessi, che appaiono di forte rilievo sotto il profilo scientifico e hanno contribuito anche all’elaborazione e validazione di modelli predittivi per la gestione di aree protette. Ma incombono ancora su tutto il sistema di ricerca sulla biodiversità due opposti rischi che ne compromettono esiti importanti sia sul piano teorico che su quello operativo. Sono i rischi connessi all’approccio e alla pratica da un lato dei generalisti estremi, dall’altro dei virtuosi dello specialismo spinto: ne consegue che il significato di tante evidenze offerte dalla ricerca oscilla bruscamente e continuamente tra il nulla di tutto e il tutto di nulla.

 

Metodi di stima della biodiversità: assunzioni indebite e approssimazioni discutibili

E’ molto diffusa la pratica di calcolare la diversità come numero di taxa, anche se questo parametro, quando non opportunamente tarato sulla dimensione dei campioni analizzati e quindi trasformato in “ricchezza” (ricchezza di taxa, ricchezza di specie in particolare), ha un contenuto informativo limitato e si rivela inadeguato ai fini di valutazioni comparative (Contoli 2000). Questa pratica è adottata per  di più utilizzando le informazioni contenute negli inventari di specie, che sono più frequentemente disponibili per i raggruppamenti tassonomici di organismi vegetali e animali di grossa taglia. Ciò che si può osservare è che, a base della scelta dei comparti biocenotici presi in esame per il calcolo di indici di diversità, non sono generalmente seguiti criteri affidabili sotto il profilo biologico ed ecologico. Sono fortemente soggettive le scelte di taxa di prioritario interesse come bioindicatori o le assunzioni sulla marginalità di altri taxa, considerati pregiudizialmente minori e dunque trascurabili.

Un’altra opzione analitica consiste nel pesare la biodiversità con riferimento alle specie più “rappresentative”: endemiche, rare…, specie chiave, ombrello, bandiera… Le premesse concettuali sottese sono decisamente labili. L’assunto che le specie rare siano a più alto rischio di estinzione e dunque richiedano azioni prioritarie di tutela è indubbiamente ragionevole, ma esistono numerose evidenze di estinzione di popolazioni con effettivi consistenti. D’altra parte, appare sempre più incongrua la qualificazione delle specie più comuni e diffuse come banali: la sottovalutazione del loro ruolo come componente strutturale della biodiversità non è giustificata e lo è sempre meno, in ogni caso, mano a mano che dalla diversità di specie riscontrabile a scala di biosfera (che a chi scrive piace etichettare come  “diversità ® w”) si passa all’a-diversità.

Anche più indicativo è il quadro di approssimazioni indebite entro cui sono condotte le esperienze di calcolo degli indici di diversità finalizzate ad applicazioni rilevanti per la gestione e pianificazione del territorio. La pletoricità di indici che sono stimati e proposti non è sempre sostenuta da un’adeguata qualità dell’analisi scientifica: può succedere che, tra i numerosi indici di diversità usciti da differenti linee di elaborazione, l’attenzione e la preferenza si concentrino su quelli che più si avvicinano alle attese pregiudiziali di chi li ha determinati… A questa deviazione, riconducibile alla pratica del tutto di nulla, fa da contrappunto quella ispirata alla semplificazione (il nulla di tutto) che si esercita nella valutazione di qualità di tipologie ambientali non comparabili attraverso un confronto sbrigativo dei valori di un indice di biodiversità, possibilmente quanto più semplice, inopinatamente assunto come indicatore universale.

E’ raramente praticato il ricorso ai modelli “rettificati” (semilogaritmico, bilogaritmico…) specie – area e specie – individui, che consentono di confrontare la biodiversità di habitat o ecosistemi di differente estensione (Contoli 2001) e che comunque si connotano come strumenti di notevole efficacia esplorativa. Indicazioni di forte valenza descrittiva ed esplorativa possono essere fornite da analisi accurate delle componenti di ricchezza ed equiporzione (o evenness) della biodiversità: anche questa linea di indagine, che permette di caratterizzare in dettaglio gradienti e trend di biodiversità di differenti tipologie ambientali e territoriali (Contoli 1986), negli ultimi anni non è stata praticata con sufficiente intensità e continuità.

 

 

Isolamento ed estensione delle aree protette: un caso di studio sui micromammiferi

Uno studio trentennale sui sistemi trofici rapaci – roditori ha consentito di valutare la diversità  dei micromammiferi terragnoli (un gruppo comprendente taxa moderatamente vagili e dunque particolarmente significativi dal punto di vista biogeografico, cfr. Mitchell-Jones et al. 1999) e di valutare la dipendenza della numerosità di specie da quella degli individui campionati in cinque grandi comparti regionali del territorio nazionale: nord, centro-sud, subpenisola pugliese, Sicilia, Sardegna.

I dati salienti di una verifica del ruolo dell’isolamento sono riassunti in Tab. 1: per ciascuno dei parametri analizzati sono indicati i valori di rango relativi alle cinque macrozone indagate. Il numero di specie mostra un netto gradiente decrescente da nord al sud peninsulare alle isole. Tale gradiente, rilevato ex post attraverso l’analisi quantitativa dei popolamenti di micromammiferi, si sovrappone a quello dell’isolamento da cui ogni macrozona è globalmente connotata, determinato ex ante sulla base di parametri relativi alle più significative caratteristiche morfologiche delle aree protette: estensione, distanza dal “continente” più vicino, sviluppo del perimetro di contatto con lo stesso. Sommando i ranghi calcolati per ciascuno di questi tre parametri, si ottiene il dato di sintesi che definisce il grado di isolamento di ciascuna macrozona.

L’elaborazione è piuttosto semplice e conduce tuttavia a conclusioni di rilevante interesse applicativo rispetto alla complessità dei problemi di tutela della biodiversità, nell’ottica della pianificazione territoriale. Uno sviluppo dell’analisi riguarda in particolare la relazione tra isolamento ed estensione delle aree protette. Nelle regioni a nord le aree protette presentano il valore più alto di estensione relativa (con una percentuale che va oltre il 10% dell’intero territorio) e un’elevata densità territoriale (misurata come numero di aree protette per 1000 km2), ma un valore decisamente basso dell’estensione media. I risultati dello studio, in sostanza, segnalano l’esigenza di politiche conservazionistiche a livello nazionale che si sviluppino su due linee complementari e integrate: ampliare l’estensione delle aree protette a nord e incrementare il numero di riserve naturali, anche di piccole dimensioni, nel sud e nelle isole.

 

 

Tabella 1. Risultati di uno studio sui sistemi trofici rapaci – roditori in aree regionali più o meno isolate: sono riportati, per ciascuna delle cinque zone geografiche del territorio nazionale, i valori dei ranghi del numero di  specie dei micromammiferi e dei ranghi relativi a tre parametri indicativi dell’estensione e dell’isolamento delle aree protette (e alla loro sommatoria).

 

Zone             N. specie     Area     Distanza     Contatto     S ranghi

Nord                   1                 2               1                    1                 4

Centro-Sud       2                 1               2                    3                 6              

Puglia                 3                5               3                   2                 10

Sicilia                4                 3               4                  4.5              11.5

Sardegna           5                 4               5                   4.5              13.5

 

 

Alcune note conclusive

Le conoscenze sulla biodiversità non esauriscono certamente il campo della ricerca biologica ed ecologica ai vari livelli di organizzazione della vita sul pianeta, in particolare della ricerca mirata alla conservazione e a una gestione responsabile dei sistemi naturali. Ma, rispetto alle finalità scientifiche e gestionali di queste ricerche, lo studio della biodiversità, che è fattore e indicatore chiave della qualità e dell’integrità ambientale, assume certamente un rilievo strategico.

Mi preme ribadire l’esigenza di approcci scientifici rigorosi e di metodologie adeguate al livello della gravità e complessità dei problemi ambientali che devono essere urgentemente affrontati. In particolare, a me pare importante un intenso sforzo di ricerca per l’applicazione delle basi conoscitive disponibili sulla biodiversità alla progettazione e pianificazione di un sistema nazionale delle aree protette.

Personalmente, diffido delle tendenze in atto a potenziare e privilegiare interventi, mirati alla tutela di questa o di quella specie, che sono oltremodo pesanti sotto il profilo dei contenuti tecnologici, dei costi energetici e degli impegni finanziari. Penso che debba essere privilegiata la tutela degli habitat e degli ecosistemi, anche se questa finalità appare molto più complessa e meno si presta ad operazioni di immediata mercificazione. È massima l’equiporzione del mio interesse scientifico ed etico per tutti i taxa, inclusi quelli ritenuti più banali, così come  massima è l’equiporzione del mio rispetto e senso di gratitudine per tutti i tassonomi.

La biodiversità che mi sta a cuore mantiene un suo autonomo futuro evolutivo; non è dunque quella da serraglio, da zoosafari, addomesticata, duramente condizionata dai processi di antropizzazione in atto, costruita e ricostruita fino a diventare espressione e proiezione del dominio dell’uomo sull’ambiente, della prevaricazione dei progressi tecnologici sui processi naturali. Queste tendenze, se confermate, diffuse e protratte, sono destinate a produrre la forma più infausta di materializzazione del fantasma della biodiversità.

 

 

Bibliografia

AA. VV. 2000. Biodiversity. Nature, 405: 207-253.

 Aste F., Contoli L. 1987. Diversità ed affinità dei sistemi trofici “Tyto alba – mammiferi terragnoli” nei comprensori vulcanici del Lazio. Hystrix, 2: 15-25.

 Contoli L. 1986. Sulla diversità dei sistemi trofici “strigiformi – mammiferi” nel Parco del Circeo e relative valutazioni ambientali. Atti Conv. Asp. Faun. Probl. Zool. P. N. Circeo (Sabaudia, 1984): 169-181.

 Contoli L. 1998. Biodiversità di specie: aspetti formali e funzionali. Atti Conv. Lincei, 143: 113-126.

Contoli L. 2000. Rodents of Italy: species richness maps and forma Italiae. Hystrix (n. s.), 11 (2): 39-46.

 Contoli L. 2001. Biodiversità ed aree protette. Natura e Montagna, a. XLVIII (1): 13-21.

Contoli L., De Marchi A. 1991. On anthropization, ecological isolation and trophic diversity in the Po river valley (northern Italy). In: O. Ravera (Ed.) “Terrestrial and aquatic ecosystems: perturbation and recovery. Ellis Horwood, Chichester: 135-141.

 Mitchell-Jones A. J., Amori G., Bogdanowicz P. J. H., Spitzenberger F., Stubbe M., Thissen J. B. M., Vohralik V., Zima J. 1999. Atlas of European Mammals. Poyser, London.


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