PERUGIA: DIVERSITAS COME GENIUS LOCI ?
(in margine di un convegno dell'Accademia dei Lincei) - di L. Contoli Amante


L' augusta Perusia dei miei ricordi giovanili (quando, nelle notti di primavera, dal piazzale dell' "acropoli" puntavo
un cannocchiale - a - monetine verso la notte e, all' improvviso, sobbalzavo allorché, dal nerissimo blu, emergeva la
bianca, spettrale, altissima e solitaria presenza della torre di S. Domenico, con le sue ... metafisiche e vuote occhiaie
aperte sul nulla) è sempre, almeno per me, una città "diversa", oltre che diversificata; in grado di accogliere degnamente,
grazie soprattutto alle geniali e profonde intuizioni di Sandro Pignatti ed alla signorile e fervida attività di Sabina
Addamiano, un originale convegno internazionale su "Diversitas e biodiversità: alla ricerca delle origini di un mito del
XXI° secolo" (17-18, III, 2006), sotto il patrocinio della locale università degli studi e dell' Accademia dei lincei,
impegnata a celebrare il suo IV° centenario anche nel ricordo di Federico Cesi, fra l' altro probabilmente il primo a
scrivere di "Diversitas plantarum".

Come ricordato dal Pignatti, il convegno "ha avuto una lunga preparazione, mediante un Forum telematico dedicato, che ha
permesso di raccogliere numerosi documenti...e...contributi di studiosi"; "...un interessante modello per attività
scientifiche ed accademiche basato su un largo uso delle possibilità offerte dall' information Technology".

Ampia la partecipazione di studenti locali i quali, giustamente, non sono stati sottratti allo...sgomento dell' incertezza
dominante, oggi più che mai, sul significato e sulle prospettive della biodiversità.

Ho avuto modo di contribuire a tale sconcertante immagine sostenendo che la biodiversità è entrata nel patrimonio lessicale
corrente ma non in quello concettuale; quasi ogni A ne propone una sua distinta accezione e, dunque, definizione;
queste come i modelli matematici, più sono dettagliate, meno sono generalizzabili.

Ci si trova, dunque, in una situazione paradossale, anche se per nulla nuova, nella storia del tribolato rapporto fra scienza
e società: un argomento diviene sempre più importante a livello generale per l' Uomo e la biosfera, e, nel contempo,
assume connotati sempre più soggettivi e sfumati, a volte, persino contraddittorî, proprio mentre si sente il bisogno di
qualche approccio ampiamente condiviso.

Il fatto è che la B, ancor oggi e, forse, già da tempi preantropici, sembra quasi attenere più al campo della sensazione che
della percezione ed ancor meno della comprensione razionale; l' esperienza della differenza fenomenica associata alla
molteplicità, nei confronti della complessità biologica, ci potrebbe condurre ad un "concetto intuitivo" di Diversità
e, in particolare, di B; concetto personale e, al limite, unico, al pari di quello di "ambiente", tanto da indurci nella
tentazione di accostare i due, sensu latissimo, in un' ennesima definizione della B quale "ambiente relazionale di ogni
vivente"... da ciò, assieme ad altri fattori più contingenti, potrebbe derivare la vaghezza e molteplicità delle
accezioni e definizioni.

Cionondimeno, dal tempo delle prime testimonianze dell' adozione del termine appare l' intenzione degli antichi AA di
esprimere, con esso, un preciso riferimento ad una qualità dell' insieme; così, nell' espressione "diversitas plantarum"
del CESI, come segnala il PIGNATTI: cioè la D delle singole unità elementari (tassonomiche od altro) dell' insieme
costituito dalle piante.

Ciò sembra sottolineare una precisa distinzione fra la D (e, dunque, la B.) e qualsiasi tipo di differenza emergente da un
confronto fra insiemi distinti; si noti, infatti (come rimarca lo stesso PIGNATTI): "diversitas plantarum", non
"differentia"!

Già, e. g., da LUCREZIO, anche se ante litteram , gli antichi AA ci ricordano pure che la D e la B attengono alla
molteplicità; del resto, lo stesso GINI introdusse forse uno dei più utili indici di D in un lavoro non intitolato con
questo termine ma, anzi, esprimendo un approccio modernamente dinamico alla stessa.

Altra importante caratteristica legata alla D e B come proprietà del singolo insieme mi sembra la sostanziale discontinuità
dei suoi elementi, a loro volta riuniti in gruppi discontinui; e ciò anche se non di necessità tale discontinuità debba
essere, per così dire, primaria, ma possa essere ottenuta con opportune elaborazioni, quali e. g. l' analisi multivariata
; a tal proposito, mi pare da sottolineare, semmai, l' esigenza di non sottoporre direttamente delle variabili continue
ad un' analisi di D.

La B, come legata alle molteplici manifestazioni della complessità biologica, sembra dunque esprimersi in un àmbito che va da
gli aspetti puramente fenomenici, per così dire estrinseci, a quelli autonomamente relazionali e funzionali intrinseci
dell' insieme considerato; i primi, più legati a contingenti rapporti con noi, entro i nostri àmbiti di percezione, i
secondi, maggiormente connessi con fenomeni relazionali interni (almeno in prevalenza) all' insieme dato.

Si tratta, com' è ovvio, di due estremi teorici di un presumibile continuum reale i quali attengono, tuttavia, a due àmbiti
ben individuabili e solo in parte sovrapposti, entro il contesto complessivo cui può riferirsi la B.

La prima accezione ( B estrinseca) mi pare possa finire per essere soggettiva e descrittiva, sfuggendo tendenzialmente a
precise sistematizzazioni concettuali; la seconda accezione (B intrinseca), invece, si presta secondo me ad una precisa
sistematizzazione tipologica, ma esige rigidi criteri preliminari di individuazione e delimitazione, tenendo pur sempre
presente che si può riferire solo a parti di un sistema più generale di relazioni biosferiche.

Ne consegue, a mio avviso, l' importanza non formalistica di una classificazione formale della B che non può, comunque, che
essere multivariata ed aperta.

Per un approccio il più possibile obbiettivo alla B intrinseca, dunque:
a) occorre una chiara identificazione e delimitazione dell' insieme relazionale relativamente autonomo sul piano funzionale
cui applicare l' analisi;esistono oggi vari metodi ad hoc, sui quali non è il caso di tornare in questa sede;
b) occorre una precisa identificazione degli elementi e dei loro gruppi, sia primari che dopo trattamento numerico;
c) occorre, sia per l' insieme che per gli elementi, un' adeguata identificazione dei livelli dimensionali da considerare
: territoriali, per il primo; organo-strutturali, per i secondi;per entrambi, vorrei ribadire l' esigenza di una
delimitazione relazionale intrinseca o, meglio, funzionale;
d)occorre, del pari, un' opportuna identificazione dei gruppi discreti di elementi, su basi spesso, ma non rigidamente,
tassonomiche s. l.; a volte, l' esigenza di coerenza statistico-funzionale può indurre a superare rigidi schemi di
classificazione formalistica;
e) occorre la scelta preliminare di un preciso approccio metodologico, peraltro del tutto fondamentale per accostarsi
a qualunque forma di D; in proposito, è bene liberarsi dall' assillo di individuare "l' indice migliore" (che troppo
spesso finisce col coincidere con quello più confacente alle aspettative dello studioso...); occorre la presa d' atto che
gli infiniti indici di D corrispondono, al limite, ad altrettanti concetti (o subconcetti) della stessa, nessuno dei quali
(sia pure e, more solito, cum grano salis) è lecito trascurare completamente.
La ricerca del "migliore indice" si lega ad interpretazioni disciplinari della B (lecite, certo; anzi, persino
convincenti...) che rischiano di ridurre a strumento un fenomeno dotato di un contenuto informativo autonomo e che ci
aiuta ad integrare l' approccio evoluzionistico classico, necessario ma non sufficiente per comprendere la vita.
Sic stantibus rebus, avendo già a disposizione un armamentario straricco di indici di D dalle prestazioni e
caratteristiche più varie, la proposta di nuovi approcci metodologici in tal senso andrebbe a mio avviso assai
prudentemente meditata.
f) occorre accettare i risultati dell' analisi, senza sforzarsi di far dire ai vari indici ciò che non possono dire;
sovente, si vorrebbero trovare delle differenze che stentano a manifestarsi; ma l' esperienza insegna che, il più delle
volte, la B tende piuttosto a livellarsi, nel tempo, su valori simili, soprattutto se si confrontano insiemi affini fra loro.

Da quanto sopra, mi sembra appaiano evidenti le basi per una classificazione della B intrinseca: una serie di vettori che
definiscano un approccio multivariato che rifugga il più possibile dalle eccessive banalizzazioni che hanno sinora
afflitto il settore e non ne hanno agevolato il decollo concettuale né la serietà ed attendibilità scientifica.

In questa prospettiva, occorrerebbe però rassegnarsi ad accogliere con sempre maggiore prudenza, e. g., delimitazioni basate
su confini amministrativi, piuttosto che ecologici; insiemi basati su singoli taxa che, tante volte, non costituiscono
veri tassoceni; indicatori basati su taxa...troppo comodi da studiare, dimostratisi spesso e volentieri insufficienti a
descrivere compiutamente la B di complesse situazioni ecosistemiche; ricordando, infine, ma in realtà in primis, il
fondamentale ruolo dei tempi (biologici, ecologici, evolutivi) opportunamente richiamato da PIGNATTI, anche nel presente
contesto;

Ciò a cui si dovrebbe tendere non sarebbe più l' indice perfetto calcolato sull' indicatore ideale ed in grado di esprimere
un valore omnicomprensivo e quasi taumaturgico ai fini della comprensione e tutela della B, quanto un quadro articolato
e complesso dal quale trarre indicazioni per affrontare in chiave fondamentale (ebbene, sì!) non meno che applicativa la
B, i suoi problemi, le sue esigenze e le sue prospettive.

Tutto ciò potrebbe avere anche qualche effetto pratico, nell' àmbito dei meritori sforzi in favore della B.

Ma (attenzione!) purché si mantenga il senso dei nostri limiti; infatti, pur nel massimo sforzo di oggettivizzazione, la B
della quale trattiamo resta pur sempre legata alla nostra percezione fenomenica ed ai suoi aspetti di particolare rilievo
per noi. Da ciò, un atroce, subdolo sospetto si insinua in me: che sia, al limite, vano illudersi di potere "tutelare la
B", così come sarebbe solo attraverso un improbabile (anche se non impossibile...) suicidio collettivo coinvolgente
l' intera biosfera, che l' uomo potrebbe "distruggere la B"?

"Distruggere" o "tutelare la B": che entrambe tali proposizioni esprimano uno dei difetti più tipici della stolida specie
animale che volle chiamarsi sapiente: la presunzione?
Presunzione che oscilla fra il delirio di onnipotenza e la depressione di chi ha costruito follemente la propria condanna
alla solitudine...

Ciò non significa che noi non si possa spostare il livello predominante della B, e. g., da interspecifico ad intraspecifico
e, così, alterare od anche degradare in parte il nostro rapporto umano con la stessa B, in particolare con quella parte
più carica di segnali emozionali in grado di temperare la nostra presuntuosa corsa all' egemonizzazione della biosfera,
sino al limite della sua completa antropizzazione; quei segnali di un contesto ambientale che, tramite la presenza
dell' "altro da noi", ci dà la consolante sensazione di non essere narcisisticamente e tragicamente soli in questo mondo.

A mio avviso, e', in fondo, questo il vero cuore del messaggio rivolto all' umanità da chi si batte per la B, la
quale, intanto, segue la sua storica evoluzione, presumibilmente legata alla complessificazione della biosfera.

Piuttosto, forse, possiamo aiutare la B a salvarci dalla follia; ma a questo scopo, più delle nostre formule e dei nostri
decreti, occorre l' umiltà della vera cultura, quella dei grandi naturalisti del passato; quella che accetta l' altro
da noi, così come è consapevole dei propri limiti. Tale è, nella città così opportunamente scelta a sede del convegno,
ove persino la pietra ci parla di una diversificazione cresciuta da secoli nell' arte della necessità e nella necessità
dell' arte, la vera cultura che tanti giovani dei più diversi colori e delle più diverse storie e tradizioni esprimono,
accomunati da una assurda, folle ma entusiasmante speranza.


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